Pietro Paolo Cotza,
pittore, ha quattromila oggetti della sostanza che lui considera più preziosa                                                                                                                            

L’uomo che raccoglieva la plastica.

La Repubblica venerdì 11 febbraio 2008 
di Gianluca Favetto

Certe cose le fanno gli artisti, o non le fa nessuno. E Paolo Cotza è un artista. Pittore di professione, 52 anni, sardo, arrivato in Piemonte nel 1960, a Torino dall’età di diciotto anni. Ha studiato fotografia. Amava i pittori fiamminghi e i surrealisti. Si è guadagnato la vita dipingendo quadri visionari, surfando tra simbolismo psichedelico e citazionismo, creando composizioni d’ironia ulcerante. E questo è il suo mestiere d’artista. Poi c’è la sua passione d’artista. Ed è una passione e una storia che c’entra con la plastica. “La plastica è stata il Picasso delle materie”, esordisce. E subito dopo, disarmante: “Pensa che senza la bachelite, non ci sarebbe stato il decò; senza la celluloide non ci sarebbe stato il cinema; senza la plastica non ci sarebbe stato il Novecento”.
Paolo Cotza è un viaggiatore mentale, pigro di natura. Un avventuriero delle idee. La sua casa sembra il negozio di un rigattiere e il laboratorio di un inventore. A prima vista appare come un deposito bagagli. In realtà è un antro delle meraviglie, tutto arredato con materiale di recupero, dal divano alla libreria, dal letto alle sedie, quadri, cornici e cimeli alle pareti. Lui ci abita con l’aria del viandante. Da l’impressione di essere di passaggio, di avere sempre una valigia in mano. Di avercela anche ai piedi, una valigia, proprio in mezzo ai piedi, e pure sopra la testa, e anche dietro le spalle. Vive circondato da valigie. Ne ha circa quattrocento, una sull’altra, e quasi la metà sono lavorate da artisti.
Una collezione, in pratica. Più che una collezione, un archivio. Non gli servono per partire, per andare, ma per raccogliere. Sono il contenitore della più curiosa archeologia moderna, come l’ha definita lui stesso. Una collezione di plastica, unica in Europa. Plastiche. Tutte le immaginabili e possibili plastiche del mondo. I più disparati oggetti in ebanite, gommalacca, bois durci (ovvero polvere di legno impastata con sangue animale e stampate a caldo), e poi celluloide, caseina formaldeide, bachelite, dai primi anni dell’Ottocento fino al polipropilene scoperto a metà del secolo scorso da Giulio Natta, Nobel per la chimica nel 1963, il vero padre del moplen.
Tazze, statuine, macinini per caffè, soprammobili, lampade, portafiammiferi, bracciali, bottoni: più di quattromila oggetti fatti di plastica, di cui almeno mille sono pezzi unici, rari, preziosi. “All’inizio degli anni Novanta comincio una ricerca sui materiali di recupero e incontro la plastica – racconta Cotza – la consideravo una schifezza. Mi serviva solo per riciclarla e creare le mie opere. Se mi avessi detto allora che sarei diventato un collezionista di plastiche, avrei pensato: “Ma tu sei matto”. E invece continuando a raccogliere oggetti, mi sono accorto che avevano una tale personalità, una tale identità che mi dispiaceva distruggerli, non ci riuscivo. Come facevo? Guarda questo”. E prende in mano un piccolo vaso di celluloide simil avorio.”E meno prezioso dell’avorio – spiega – ma è molto più raro. Se premi troppo forte, lo sbricioli. Se lo avvicini a un fiammifero, va a fuoco. E art nouveau francese, 1890. Non è straordinario che abbia superato il secolo? E questo union case in gommalacca del 1860?”. Mostra un lillipuziano contenitore di dagherrotipi. E subito accanto, una tabacchiera. “Di questo tipo d’oggetto ho tutta l’evoluzione – annota – una settantina di modelli diversi, dalla tabacchiera in corno stampato al portasigarette in acrilico trasparente con una donnina effigiata sopra, dal 1820 al 1950. Raccontano l’evoluzione della materia e anche della nostra società”.

Content on this page requires a newer version of Adobe Flash Player.

Get Adobe Flash player

 

 

 

Ciascun oggetto finisce per essere una piccola storia. E dove le tiene le piccole storie? Un po’ sugli scaffali, un po’ appese ai muri. Ma se sono quattromila? Paolo Cotza le ha messe in valigia. “Nel ’92, dopo un po’ che raccoglievo cose, ho dovuto trovare dei contenitori. Gli scatoloni costavano circa diecimila lire. Nei mercatini invece si trovavano belle valigie in fibra o in cuoio a mille o duemila lire. Ecco, a questo mi servono. Sono diventate un catalogo di sogni, di forme e di colori. E anche un oggetto d’arte. Perché centocinquanta artisti, su suo invito, si sono messi a reinventarle, da Mauro Chessa a Francesco Casorati, da Luigi Stoisa a Saverio Todaro, da Giulia Caira a Paolo Grassino, da Antonio Carena a Luisa Valentini. C’è chi l’ha colorata, chi l’ha riempita di fogli, chi di frasi, c’è chi l’ha appesa a un aquilone, chi l’ha usata come tela, chi l’ha vestita, chi l’ha accesa di lampadine, chi l’ha bucata.
Ma questa è un’altra storia.

 

 

Plastiche

Bibliografia
Bakelite
Caseina
Celluloide
Ebanite
Polietilene
Bigiotteria
Oggetti per alimenti
Oggetti per fumatori
Opere d’arte in plastica
Plastiche giapponesi